Negli ultimi anni l’intelligenza artificiale (AI) è diventata un tema centrale anche nel mondo del diritto. Dal 2023 in poi, con la diffusione di generative AI e strumenti sempre più sofisticati, gli studi legali, grandi e piccoli, si stanno interrogando su come e fino a che punto queste tecnologie possono trasformare il loro modo di lavorare. Tuttavia, se da un lato l’IA è ormai ovunque nei processi interni, dall’altro la tanto annunciata rivoluzione nel rapporto con il cliente e nei modelli di servizio resta, nella pratica, ancora in larga parte teorica.
Questo articolo vuole essere uno spunto di riflessione per le tematiche che verranno affrontate nel nostro secondo ciclo webinar, in collaborazione con Lexroom.ai, intitolato “L’avvocato tra norma e algoritmo: il sapere giuridico nell’era dell’automazione intelligente”.
Meno Routine, Più Strategia
“Inventate il vostro futuro” ma fatelo in modo che sia “good enough” (buono abbastanza). La progressiva automazione di attività che in passato venivano svolte principalmente dai collaboratori junior sta incidendo in modo significativo sulla struttura organizzativa degli studi legali. Se molte operazioni ripetitive o a contenuto standardizzato possono essere gestite da strumenti tecnologici, diminuisce inevitabilmente il fabbisogno di personale dedicato a compiti di supporto, con una conseguente riduzione dei costi operativi.
In questo scenario, gli studi sono portati a ripensare il proprio modello interno: meno risorse impiegate in attività a basso valore aggiunto e maggiore concentrazione di competenze senior sui servizi strategici e consulenziali. È questa, in sintesi, la posizione sostenuta da Richard Susskind, secondo cui la tecnologia non elimina la professione forense, ma ne ridefinisce la distribuzione del lavoro. Una prospettiva che, alla luce delle trasformazioni in atto, appare sempre più realistica e condivisibile.


L’adozione dell’AI: cosa dicono i dati
Nonostante il clamore mediatico e le grandi aspettative, l’intelligenza artificiale nel mondo legale italiano resta per molti un fenomeno in larga parte ancora in incubazione più che realtà consolidata. Secondo la recente survey realizzata da Aptus.AI in occasione del Congresso Nazionale Forense 2025, ben l’84 % degli avvocati ritiene che l’AI trasformerà profondamente la professione nei prossimi anni, con un terzo che parla addirittura di impatto “drastico”: tuttavia, oggi solo una minoranza, circa il 19 %, utilizza strumenti di AI in modo regolare, mentre quasi metà li ha provati solo sporadicamente e oltre un terzo non li ha mai sperimentati.
Questo stallo non riguarda soltanto la curiosità verso le tecnologie: il 70 % degli intervistati dichiara competenze limitate nell’uso dell’AI, e le preoccupazioni principali riguardano la riservatezza dei dati e l’affidabilità delle risposte generative piuttosto che timori di essere sostituiti. Al momento gli avvocati vedono l’AI soprattutto come uno strumento di supporto alla ricerca giurisprudenziale, all’analisi normativa e alla sintesi dei documenti, piuttosto che come un motore di automazione completo.
Il risultato finale?
Sebbene l’AI generativa sia ormai sempre più presente all’interno degli studi legali, il suo impatto non sembra riflettersi in modo significativo sui clienti. A evidenziarlo è anche un altro dato di un sondaggio promosso da Mopi nel 2024, intitolato “AI generativa e studi legali”.
Dall’indagine risulta infatti che il vantaggio principale legato all’adozione di queste tecnologie riguarda soprattutto l’ottimizzazione dei processi interni. Non si registrano, invece, né riduzioni apprezzabili dei costi né miglioramenti tangibili nella qualità delle prestazioni professionali. Ne consegue che l’offerta di servizi e il modello organizzativo degli studi rimangono sostanzialmente invariati.
