Decreto TUF: come l’Italia regola la governance dell’Intelligenza Artificiale
Nel panorama globale dell’innovazione, l’intelligenza artificiale è spesso raccontata come una rivoluzione tecnologica. Tuttavia, la vera trasformazione oggi in atto riguarda un ambito meno visibile ma decisivo: il modo in cui le aziende vengono governate. Ed è proprio su questo terreno che l’Italia sta emergendo come un caso pionieristico.
Con la recente riforma del Testo Unico della Finanza con il decreto di Riforma del Tuf, il nostro Paese diventa il primo a introdurre una disciplina esplicita sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale nella corporate governance. Non si tratta solo di aggiornare norme esistenti, ma di riconoscere formalmente che l’AI è ormai parte integrante dei processi decisionali delle imprese.
Dalla tecnologia alla governance: un’evoluzione inevitabile
L’ingresso dell’intelligenza artificiale nelle aziende è il risultato di un percorso graduale. Inizialmente, queste tecnologie si sono sviluppate nei mercati finanziari come strumenti innovativi, dando vita al fenomeno del FinTech. Successivamente sono state integrate nei sistemi di regolazione, il cosiddetto RegTech. Oggi, questa evoluzione culmina nella loro applicazione diretta nei meccanismi di governo societario, definita CorpTech.
Questa traiettoria evidenzia un cambiamento profondo: l’AI non è più un semplice supporto operativo, ma una leva strategica che incide sulle scelte aziendali, sull’organizzazione interna e sulla gestione dei rischi.


Una riforma che non limita, ma spinge l’innovazione
Uno degli aspetti più interessanti dell’approccio italiano è che la normativa non nasce per frenare l’uso dell’intelligenza artificiale, ma per guidarlo. Le nuove disposizioni intervengono su due pilastri fondamentali della governance.
Il primo è la trasparenza. Le imprese quotate devono rendere esplicite le proprie politiche sull’uso delle tecnologie digitali e sui sistemi di AI, includendo anche le strategie di gestione dei rischi informatici e di cybersecurity. Questo sposta il tema tecnologico dal livello tecnico a quello strategico, portandolo direttamente all’attenzione dei consigli di amministrazione e degli investitori.
Il secondo riguarda i controlli interni. I sistemi automatizzati e predittivi, sempre più utilizzati per monitorare le attività aziendali, devono essere adeguati alla struttura dell’impresa e proporzionati ai rischi. In altre parole, l’AI può essere utilizzata per controllare, ma deve a sua volta essere controllata.
L’AI entra nei board: un cambio di paradigma
Questa trasformazione normativa si inserisce in una tendenza più ampia. A livello internazionale, l’intelligenza artificiale sta entrando stabilmente nelle agende dei consigli di amministrazione. Sempre più aziende attribuiscono ai board e ai comitati di audit la responsabilità di supervisionare i rischi legati all’AI, trattandoli al pari dei rischi finanziari o operativi.
Ciò implica un cambiamento culturale significativo. I manager non possono più limitarsi a utilizzare strumenti tecnologici, ma devono comprenderli, valutarli e governarli. L’AI diventa quindi sia uno strumento di supporto alle decisioni sia un elemento che richiede responsabilità e vigilanza.


Tra innovazione e responsabilità: il ruolo delle regole
La sfida principale non è tecnologica, ma normativa ed etica. L’Unione Europea, con l’AI Act, ha già stabilito che i sistemi di intelligenza artificiale devono rispettare principi di trasparenza, sicurezza e supervisione umana.
In questo contesto, la riforma italiana si distingue per un approccio equilibrato. Un elemento che rafforza ulteriormente la portata di questa riforma è il contesto più ampio di adozione e governance dell’intelligenza artificiale nelle imprese a livello globale e nazionale. Secondo il rapporto State of AI in the Enterprise 2026 di Deloitte, in Italia l’82 % delle aziende prevede di aumentare gli investimenti in AI nel prossimo anno e ben il 92 % si aspetta un aumento di produttività grazie all’adozione di questi strumenti, con oltre il 60 % delle imprese che ha già integrato tecnologie come l’AI generativa nelle attività quotidiane. Tuttavia, emergono anche segnali di un gap significativo tra adozione e governance: a livello globale, quasi il 90 % delle aziende non ha ancora adottato un quadro di governance AI formalizzato e soltanto il 13 % prevede una supervisione umana sistematica dei sistemi intelligenti, secondo i dati della AI Company Data Initiative realizzata in partnership con l’UNESCO.
Questo contrasto tra l’espansione dell’uso dell’intelligenza artificiale e la capacità di gestirne i rischi sottolinea l’importanza di normative come quella italiana, che spingono non solo all’innovazione, ma anche a un uso responsabile e trasparente della tecnologia.
Un vantaggio competitivo per il sistema Italia?
L’introduzione di una disciplina così avanzata potrebbe rappresentare un vantaggio competitivo per il sistema economico italiano. Le imprese che adottano modelli di governance più trasparenti e tecnologicamente evoluti risultano infatti più attrattive per gli investitori e meglio preparate ad affrontare i rischi della trasformazione digitale.
Allo stesso tempo, il ruolo dell’Italia si inserisce in un contesto internazionale sempre più attivo sul tema della governance dell’AI. Iniziative promosse anche in sede OCSE e G7 dimostrano come la regolazione dell’intelligenza artificiale sia diventata una priorità globale .
Infine, il vero significato del “primato italiano” non sta solo nell’essere arrivati per primi a regolamentare l’intelligenza artificiale nella corporate governance, ma nell’aver colto un punto essenziale: la tecnologia, da sola, non basta.

